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La prima, quasi istintiva, reazione di fronte ai quadri di Gregorio Botta
è stata per me quella di pensare ancora una volta a quanto il rifiuto della
figurazione non sia rinuncia alla realtà ma, al contrario, asserzione di una
realtà più vera, più interna alle cose, come allo stato puro, fatta di materia,
colore e luce. Non è certo una novità il pensarlo, ma è stata proprio questa
presenza forte dei suoi lavori, realtà insieme oggettiva ed evocativa, che fin
dal primo momento mi ha guidato nella loro lettura e, più ancora,
nell'entrarci dentro col senso di identificazione partecipe che si prova di
fronte agli eventi e alle forme della natura. I suoi mezzi sono semplici e sottili, usati con sicurezza. Materie giocate tra qualità molto rawicinate di trasparenza e asperità, colori spesso accostati con minime varianti tonali che li fanno apparizione luminescente, leggere increspature, forme di semplice geometria, a volte appena intuibili nel trascolorimento delle superfici, ma dure e incisive nei profili di metallo che spesso le compongono. Tutto sembra condotto a costruire non uno spazio statico e misurabile, disponibile a contenere qualcosa, ma uno spazio fluttuante, realtà totale e totalizzante con dimensioni indefinibili: spazio-energia nel quale si è portati a pensare che tutto già accada ed esista, che niente possa esservi immesso e dal quale solo si possa emergere come emergono, concrezione tagliente e perentoria di energia, i segni metallici in aggetto. Segni-forma, direzioni dinamiche, curvature, accenti e ritmi in uno spazzio infinitudine. Richiamo all'indispensabile arbitrio di un ordine, ma anche infine, forse, necessità di porre ostacoli e misura all'abbandono della contemplazion e. Guido Strazza (catalogo della personale al Segno)
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