Gregorio BOTTA : di Arianna Di Genova

Cera
La cera - dice lui - è la materia per eccellenza, il medium migliore, il più ricco che un artista possa trovare. Gregorio Botta, napoletanlo di nascita, romano d'adozione, se ne è lasciato incantare subito, quand'era ancora in Accademia, poi non se ne è più liberato. Anzi, si è abbandonato alla cera, I'ha sondata, se ne è fatto trasportare. Ma non si è trattato di una ricerca materica: la cera è come l'epiderrnide del mondo, dell'uomo. E, come la pelle, la Sllperficie visibile messa al confine, tramite e ponte tra inferno e esterno, recto e verse di uno spazio fisico e mentale.
È malleabile, come la terra di cui siamo fatti. È calda, come un corpo vivo. È neutra: può essere trasparente, quando viene stesa in piccole velature, o ottusa, quando crescendo si inspessisce. È vergine: quando prende forma al suo principio, tavoletta bianca e non scritta, in attesa dei suoi segni, della sue storia. È disponibile: non c'è traccia, segno, colore che non posse accogliere in sé, non c'è forma, che non posse prendere. È sincera: una volta che il pigmento entra in lei, una volta che la mano compie il suo gesto, non c'è più ritorno, ripensamento possibile: come una cicatrice che si forma nel tempo, la traccia resta impressa. Non è illusionistica: non è pittura, è un oggetto con un suo corpo, un suo volume. Infine, nel suo codice genetico c'è iscritta la deperibilità. È fragile, delicata, mortale: non lo siamo tutti?
Lavorare con la cera - quasi un archetipo: quanta memoria della no stra cultura vi si è sedimentata- vuol dire lavorare con la stessa materia di cui siamo fatti. Vuol dire cercare di imprimerla, come se fosse fotosensibile, con le morbide geometrie che segnano lo spazio umano, vuol dire stenderla, come velario di disponibilità, accettazione di ciò che deve avvenire, vuol dire offrirla agli accadimenti, come nei carri e nelle macchine di consunzione: esporla, esporsi, al tempo, ai raggi del sole, al fuoco.

Fuoco
Era inevitabile, forse, arrivare al fuoco. II fuoco è il lento distruttore, è il tempo che consuma, è l'energia clle brucia regalando luce, ma lasciando rovine, è anche l'offerta che sacrifica, è il corpo che cede il passo. Gli artisti creano forme: ma pensare alla forma vuol dire pensare alla sua deperibilità, alla fine che vi è inscritta dentro. Vuol dire accettarne il destino. Nelle bruciature delle sue carte di cera, nelle combustioni sui quadri, - tracce di un lento andarsene, di un lento finire - Gregorio Botta cerca di cogliere questo processo, di mettere in relazione la forma e il dissolvimento, in uno spazio che li accomuni, che li renda vivibili e soportalbili. Per questo nei quadri. accanto ai quadri, compare il fuoco che a un tempo è origine e destino, matrice e compimento. Processo. Per questo la macchina di fuoco ("Mergellina"), lascia travolgere la liscia forma della cera dalle fiamme, fino a consunzione totale, per poi far ri partire il ciclo. Per questo del carro di "Danae" (ricordate Correggio? Danae accoglie Giove trasformato in una nuvola d'oro: astrattismo ma fisicissirmo atto d'amore, straordinaria unione di un eros corporeo e ment:ale) la cera si espone ai raggi solari att:raverso le lenti, che la fondano là dove battono. Sulla sua pelle, come una ferita, resteranno le tracce del percorso del giorno, del tempo.

Arianna Di Genova
("il manifesto" ,"Next", "Art in Italy")

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